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Italia

Il caso aria nel libro “Polveri e veleni” delle Edizioni Ambiente

In copertina un uomo con la maschera antigas. Un’immagine simbolo per caratterizzare l’Italia dei veleni. Può essere considerato un instant book, il recente volume edito da Edizioni Ambiente “Polveri e Veleni, viaggio tra salute e ambiente in Italia”, scritto a quattro mani da Luca Carra e Margherita Fronte.
Il lavoro, infatti, che propone un inedito “viaggio in Italia” alla scoperta delle fonti che determinano malattie, è aggiornatissimo e rappresenta un po’ un compendio dettagliato di tutto ciò che fa male in Italia. Si va dagli episodi storici della diossina di Seveso, all’emergenza radon, ma si esaminano anche i nuovi rischi, dal bombardamento di decibel alle falde inquinante.
Un’inchiesta sul campo condotta da due professionisti della comunicazione in materia che non poteva non prendere in considerazione le problematiche relative all’inquinamento atmosferico.
 
Tumori e infarti
 
Una sezione, “Che aria tira”, ospita il capitolo “Padania, la valle dei veleni”. Non è un caso che la Padania, ancora una volta, venga presa ad esempio della malaria che spira sull’Italia. Numerosi studi mettono in evidenza il pericoloso mix tra condizioni climatiche che caratterizzano l’area padana e le emissioni prodotte in quella che è una delle zone più industrializzate d’Italia. Ma l’inchiesta si focalizza sulle patologie, e anche per l’inquinamento emergono chiare le correlazioni tra aria malsana e patologie respiratorie e cardiovascolari.
E i dati sono preoccupanti. “Secondo l’Agency for Research on Cancer (IARC) il carcinoma polmonare dipende per il 10 per cento dall’inquinamento atmosferico”.
Entrando nel dettaglio sugli effetti da inquinamento, nel libro si scrive che, “le polveri fini, come il PM 2.5, riescono a penetrare fino al polmone profondo dove avvengono gli scambi di ossigeno con il sangue, dando vita a processi infiammatori e di altra natura che modificano la coagulazione del sangue. Da qui – scrivono ancora Carra e Fronte – la formazione di trombi e gli eventi ischemici (tra cui infarti e ictus) che ne possono seguire”.
Messa in evidenza anche “la proporzionalità tra livelli di inquinamento ed eventi cardiovascolari riscontrati”
 
Inquinamento e morte
 
Uno studio condotto negli Usa su circa 60mila aitanti in diverse città, al quale si fa riferimento, ha fatto emergere che “ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo è risultato associato a un aumento del 24 per cento del rischio di un evento cardiovascolare e a un aumento del 76 per cento del rischio di morte per causa cardiovascolare”.
Passando all’Italia l’inchiesta di “Polveri e veleni” passa poi a trattare del MISA-2 definito “lo studio epidemiologico più aggiornato sugli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico”. Un lavoro condotto nelle 15 città più popolate d’Italia e coordinato da Annibale Buggeri dell’Università di Firenze
“Per ognuno degli anni presi in esame (1996-2002) ci sono stati – si legge nel volume – 2mila morti in più associati all’inquinamento da biossido di azoto, 1.900 morti in più per l’incremento di monossido di carbonio e 900 morti in eccesso dovuti alle famigerate polveri sottili”.
“Considerando che questi inquinanti sono spesso compresenti nell’aria – scrivo gli autori di “Polveri e veleni” – e che ogni contaminante non è che un indicatore dell’inquinamento atmosferico complessivo, la stima globale dei decessi evitabili derivante dallo studio MISA-2 è di circa 2.000 unità all’anno (su una popolazione di 9 milioni di persone, ovvero un quinto di quella nazionale). In altri termini – si legge ancora – la ricerca mostra che se si fossero mantenute per tutto l’anno le concentrazioni di inquinanti al livello minimo registrato nelle 15 città, tutte queste morti in più non si sarebbero verificate”.
Gli autori riportano anche il commento del direttore della rivista Epidemiologia & Prevenzione Maria Luisa Clementi. “Lo studio ci dice anche che – afferma Clementi – per ciascuno degli inquinanti, le variazioni percentuali di mortalità e ricoveri ospedalieri sono più elevate nella stagione calda e che il carico di morti e ricoveri è maggiore nelle sedi in cui il traffico (specialmente dei veicoli diesel) rappresenta la sorgente principale di particelle sospese”.
 
Europa e PM10
 
Gli autori commentano poi le recenti decisioni adottate a livello europeo. “L’Unione europea – scrivono – ancora una volta non ha dato il meglio di sé”. Restano “inalterati di fatto – aggiungono – i valori soglia del PM10 (40 microgrammi per metrocubo come media annua e 50 microgrammi per metrocubo come media giornaliera). Una battuta d’arresto – commentano Carra e Fronte - che di fatto legalizza l’emergenza dell’inquinamento atmosferico su scala europea”.
Eppure non mancano gli esempi virtuosi. In chiusura del capitolo infatti si riporta una ricerca pubblicata nel 2009 sulla più importante rivista di medicina al mondo, il New England Journal of Medicine. Un’indagine che ha misurato la qualità dell’aria in 51 aree metropolitane degli Stati Uniti tra il 1980 e il 2000.
“Si è osservato – ha detto Francesco Forestiere, epidemiologo della Asl di Roma agli autori – una diminuzione della concentrazione di PM2.5 a cui è corrisposto nella popolazione un guadagno della speranza di vita di circa sette mesi (per 10 microgrammi per metrocubo di PM 2.5)”.
 
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